La liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità

di Dom Gérard Calvet O.S.B.

Sapete di quali tesori siete depositari? Alla fine del secolo VI, nel momento in cui l’Impero romano in piena decadenza passa il testimone della cultura al mondo cristiano, la Chiesa è in possesso dei più bei gioielli del suo tesoro liturgico, tra i quali bisogna contare le preghiere del Messale e specialmente le ammirevoli collette che precedono la lettura dell’Epistola. Charles Péguy scopriva con stupore che c’è un santo per ogni giorno; dovete inoltre sapere che ogni giorno c’è una preghiera destinata a guidare i vostri passi sulla via stretta. Queste preghiere, cesellate da anni di fede da mani fini e sapienti, dovete saperle a memoria, studiarle e meditarle, perché vi si trova lo spirito incorrotto del cristianesimo contenuto sotto forma di massime scolpite nel bronzo, e non c’è niente di più adatto da mettere in pratica come le alte certezza dell’anima: queste preghiere sono regole di vita. Il nome di colletta è stato dato alla preghiera che introduce le letture della Messa e che ritroviamo a conclusione di tutte le ore canoniche, poiché era recitata davanti ai fedeli, riuniti all’inizio della Messa. La secreta (preghiera sulle offerte) e il postcommunio devono il loro nome al posto che occupano nel dramma del sacrificio eucaristico. La colletta, come il prefazio, era un tempo improvvisata dal celebrante, quando sant’Ambrogio e sant’Agostino — in un’estasi comune — alternavano per la prima volta ut fertur, i versetti del mirabile Te Deum. Poi lo Spirito santo fissò divinamente la giovane preghiera della Chiesa come l’età matura fissa i tratti dell’infanzia. In alcune raccolte di orazioni erano conservati i brani meglio riusciti, e vi si possono riconoscere le preghiere dovute a san Leone Magno grazie alla perfezione del ritmo e al rigore del pensiero: la regola salvò l’ispirazione fissandone l’eccellenza. Ai nostalgici della Chiesa delle origini, in preda al creativismo, messa da parte la loro incredibile pretesa, rispondiamo che si può essere bambini solo una volta nella vita. Per fortuna, oggi, grazie alla pietà delle generazioni passate che ci hanno trasmesso questi gioielli della nostra liturgia, se un giovane barbaro entrasse in una chiesa per ascoltare una Messa, sarebbe messo direttamente in comunicazione con il pensiero di un Padre della Chiesa del secolo IV. Secondo un’usanza molto antica, il celebrante invita la comunità al raccoglimento con l’avvertimento solenne del Dominus vobiscum. «Il Signore sia con voi!», dopo di che i fedeli rispondono: «E con il tuo spirito». Il Signore dev’essere con il sacerdote per renderlo degno di esprimere i voti della comunità. Dev’essere con i fedeli per renderli attenti alla preghiera. Il sacerdote prega allora ad alta voce, o canta, la colletta con un tono recitante nel quale solo due note sposano la forma letteraria propria delle orazioni del Messale che si chiama cursus. Parleremo più avanti di questa forma letteraria destinata a sottolineare lo svilupparsi del pensiero. Molto presto, senza dubbio sin dal secolo IV, si fecero delle raccolte di preghiere che costituiscono la ricchezza del nostro patrimonio liturgico. Alla fine del Messale troverete delle collette che si possono aggiungere, secondo i bisogni, alla preghiera del giorno. Sono le orazioni per casi particolari: per domandare la pioggia, per allontanare la tempesta, per difendersi dal demonio, per domandare la pazienza, la castità, nonché quella meravigliosa orazione per domandare la grazia del dono delle lacrime: pro petitione lacrymarum. «O Dio onnipotente e mitissimo, che hai fatto scaturire dalla roccia una fonte d’acqua viva per il popolo assetato, strappa dalla durezza del nostro cuore lacrime di compunzione: affinché possiamo piangere i nostri peccati e meritare, per la tua misericordia, la loro remissione». Verrà un giorno nel quale alla Sorbona saranno difese tesi di laurea sulla bellezza letteraria delle preghiere della Chiesa? Il Breviario, il Messale, il Processionale contengono una quantità di orazioni straordinarie per eleganza di stile, penetranti e profonde per pensiero. Le nostre collette sono tra le testimonianze più antiche della pietà della Chiesa primitiva; esse sono sopravvissute a lente trasformazioni della liturgia e risultano di considerevole interesse. Due caratteristiche meritano di essere sottolineate: la ricchezza dottrinale e il valore pedagogico. Ricchezza dottrinale Il campo della liturgia costituisce in sé un «luogo teologico» di una ricchezza inesauribile, una specie di rete di verità dottrinali sparse, non ordinate sistematicamente. Péguy diceva bene quando affermava che la liturgia è una «teologia distesa». Quando il canto dell’Exsultet, sgorgante di poesia, si eleva nella notte pasquale, il dogma della Redenzione illumina le menti di un bagliore proprio che non è altro se non lo splendore del vero: l’Exsultet, il Lauda Sion, il Dies Irae sono dogmi cantati che infondono direttamente nell’anima luce e amore. Dom Guéranger diceva che «la liturgia è la Tradizione stessa nel suo più alto grado di potenza e di solennità»; un’affermazione che all’epoca suscitò qualche stupore. I materiali che servono agli artigiani della teologia speculativa sono contenuti nella Preghiera della Chiesa, come quelli nelle cave di pietra che servono per la costruzione del Tempio: è in questo tesoro che attingono i teologi di tutti i tempi per illustrare e affermare il dogma. Padre Emmanuel André, abate di Notre-Dame de la Sainte-Espérance, trovava la dottrina della grazia nelle orazioni del Messale. Queste preghiere risentono delle lotte dottrinali del secolo IV, minacciato dall’eresia pelagiana; Pelagio minimizzava le conseguenze del peccato originale e ignorava la necessità della gratia sanans, ossia la grazia che guarisce. L’eresia pelagiana è una delle forme correnti di naturalismo che si ripresenta in ogni epoca. Padre Emmanuel non voleva contrapporre tesi a tesi; costruiva la sua teologia della grazia nel solco della preghiera della Chiesa. Le orazioni lo aiutavano a mettere in luce l’assoluta necessità della grazia divina nell’ordine della salvezza. È una perfetta spiegazione della lex orandi che stabilisce e fissa la lex credendi. Ricorderete che recentemente abbiamo ricevuto un esponente dei pentecostali: non abbiamo avuto difficoltà a provargli la novità inquietante di una preghiera che s’indirizza esclusivamente alla terza Persona, sottolineando il carattere trinitario delle nostre collette, che si elevano al Padre, mediante il Figlio, nello Spirito. La stessa orazione della festa di Pentecoste espone questo modo di preghiera: la sequenza della Messa — una specie di effusione libera che s’indirizza al solo Spirito santo — dev’essere considerata come una glossa del versetto alleluiatico; la colletta resta trinitaria. «Nihil inovetur nisi quod traditum est». Ecco ciò che insegnano le preghiere liturgiche. Ci istruiscono sulla Maestà di Dio, sull’abisso della nostra miseria, sul modo di comportarci davanti a Dio e di come indirizzare a Lui le nostre richieste per essere esauditi. Valore pedagogico La liturgia è anche — e soprattutto, come ideale — una norma di preghiera. Possiamo affermare che essa ci offre il più antico e il più onorato dei metodi di preghiera. A partire dal secolo XVI si è molto parlato di orazione e di metodi di orazione. Santa Teresa d’Avila dichiarava che avrebbe voluto stare sulla cima di una montagna per convincere, se fosse stato possibile, tutto l’universo dell’importanza dell’orazione. Ma la preghiera, a partire dal secolo XVI, è stata fortemente segnata dall’umanesimo del Rinascimento e l’orazione si è trovata sottomessa a investigazioni e vaneggiamenti umani. Era fatale che lo sviluppo della psicologia inclinasse gli spiriti a forgiare metodi d’orazione nei quali dominava l’aspetto analitico e discorsivo. Durante i primi secoli della Chiesa la preghiera non aveva cessato d’irrigare i terreni dove si coltivava la vita spirituale. Dunque, come pregavano gli antichi? Usavano dei metodi? Sembra evidente di no. L’orazione scaturiva spontaneamente dall’intimo grazie all’ufficio divino. Il fiume dei misteri liturgici alimentava le prime generazioni di cristiani, come i quattro fiumi del Paradiso, senza che dovessero inventare altri metodi di accesso al santuario della vita interiore. La liturgia è stata, nelle età della fede, la grande educatrice dei figli di Dio. Gli inni, i salmi, il canto gregoriano, l’ordine sacramentale versavano nelle anime la luce delle verità della fede e spingevano l’uomo a guardare verso Dio piuttosto che a sé stesso; a cantare le «mirabilia Dei», in dissolvenza, come gli scultori dei capitelli di Chartres si eclissavano davanti al loro soggetto. Grazie alla liturgia, il primato era dato alla vita teologale e contemplativa. Le collette acquisiscono a tale proposito un considerevole valore pedagogico. Considerate l’importanza delle parole dell’orazione. Talvolta un’invocazione maestosa ci mette di fronte all’onnipotenza divina — «Omnipotens sempiterne Deus…» —, altrove la Chiesa è nominata per prima: «Ecclesiam tuam, Deus…», oppure «Familiam tuam». L’orazione si colora allora di affettuosa tenerezza. In altre occasioni l’uso di un verbo forte mette in rilievo l’azione divina: «Fac, Domine…», «Presta, quaesumus Domine…». In seguito il corpo dell’orazione esprime l’oggetto della richiesta, la quale è indicata con poche parole che indicano gioia, cosicché l’oggetto principale di una festa si trova perfettamente riassunto nella sua colletta. Ecco per esempio l’orazione della Messa di mezzanotte: «O Dio, che hai illuminato questa santissima notte con lo splendore di Cristo, vera luce del mondo, concedi a noi, che sulla terra lo contempliamo nei suoi misteri, di partecipare alla sua gloria nel cielo». Con arte, la liturgia ci fa passare da una realtà creata alla sua analoga di livello superiore: dalla luce del Natale alla luce celeste, dal visibile all’invisibile. L’orazione della Messa dell’aurora invita a passare dal piano dell’essere al piano dell’agire; in poche parole ecco stabilito il fondamento della morale: «La luce che, per la fede, brilla nelle nostre anime, rifulga nelle nostre azioni» («In nostro resplendeat opere quod per fidem fulget in mente»). Così ogni festa ci fa domandare una grazia speciale con una dolcezza e una precisione che conduce l’anima direttamente al centro del mistero celebrato. Siamo illuminati su cosa domandare, sul come dobbiamo chiedere, sul perché è necessario interpellare. L’orazione dell’Immacolata Concezione sviluppa armoniosamente l’ordine delle quattro cause; quella della quarta domenica dopo Pasqua attira verso l’alto i nostri cuori con una soavità che solo il latino può rendere: «ut inter mundanas varietates ibi nostra fixa sint corda ubi vera sunt gaudia», «affinché nei cambiamenti di questo mondo i nostri cuori restino fissi là dove si trovano le vere gioie». Il latino delle orazioni ci fa pregare con tanto gusto ed esattezza, che la traduzione talvolta è impossibile. Come tradurre parole come: «ostia», «pietas» o «devotio»? A venti secoli di distanza, la parola calcata sul latino appare vuota della sua sostanza o ha cambiato significato. In latino hostia significava vittima di un sacrificio con spargimento di sangue e devotio consacrazione irrevocabile. La parola pietas, così sbiadita dall’uso continuo, avrebbe bisogno — onde non tradirne il vero significato — di una lunga perifrasi che le possa ridare la sua linfa antica e sacra. La pietas romana, virtù nazionale, carica di un senso carnale e religioso, significava sia l’attaccamento alla terra, la fedeltà, la gratitudine, sia il culto reso agli dèi, ai parenti, alla patria, e ancora alla famiglia, alla casa, ai penati. Si percepisce cosa la parola pietà, bagnata dall’acqua del battesimo, potesse significare per i primi cristiani. Alla tenerezza paterna di Dio l’anima illuminata dal Verbo rispondeva sicut naturaliter rifluendo verso il focolare beatificante della vita trinitaria. Alcuni tra voi si domanderanno come pregare con le orazioni del Messale. La prima condizione è di sapere leggere; scienza poco comune, contrariamente a quello che si crede, e che comporta due operazioni: scrutare e soppesare. Consiglio a chi tra voi vuole ispirarsi alla santa liturgia per alimentare la propria vita di preghiera, d’imitare il metodo dei cercatori d’oro. Il ciclo dell’anno liturgico è simile a un grande fiume carico di riti, canti e poemi. Vi si trovano anche brevi formule brillanti di un vivo splendore che si possono paragonare a pagliette d’oro. Leggere lentamente il proprio del Messale è un eccellente metodo di preghiera, setacciare per così dire giorno dopo giorno l’acqua di questo fiume e cogliere con cura ciò che risponde alle attese e al desiderio dell’anima. La colletta della domenica diventerà, sotto la guida della Chiesa, una gustosa meditazione e un’esortazione pratica per tutta la settimana. Potremo così portare, incise nella nostra mente, le formule delle preghiere preferite, arricchite da brillanti massime che illuminano la nostra strada. Ecco qualche esempio preso a caso: «Sic transeamus per bona temporalia, ut non amittamus aeterna» [1]. «Sacramentum vivendo teneant quod fide perceperunt» [2]. «Sine te nihil potest mortalis infirmitas» [3]. «Ad promissiones tuas, sine offensione curramus» [4]. «Da nobis fidei, spei et caritatis augmentum» [5]. «Discamus terrena despicere et amare caelestia» [6]. «Auctor ipse pietatis!…» [7]. In queste ultime parole — «Voi che siete l’autore stesso di ogni pietà» —, che arte di commuovere il cuore di Dio! C’è una grande dolcezza nel pregare con le stesse parole e accenti dei primi cristiani rinati dall’acqua battesimale, ascoltando le medesime letture, intonando uguali canti, attenti come loro alla misteriosa voce dello Spirito e della Sposa che dice: «Vieni, Signore Gesù!». Note: [1] «Affinché passiamo tra i beni temporali senza perdere quelli eterni» (colletta della terza domenica dopo Pentecoste). [2] «Concedi di conservare nella vita quel sacramento che ricevettero per la fede» (colletta del martedì di Pasqua). [3] «Senza di voi la debolezza della nostra natura mortale non può nulla» (colletta della I domenica dopo Pentecoste). [4] «Fai che corriamo senza ostacoli verso i beni da te promessi» (colletta della XII domenica dopo Pentecoste). [5] «Accresci in noi la fede, la speranza e la carità» (colletta della XIII domenica dopo Pentecoste). [6] «Impariamo a disprezzare le cose terrene e ad amare quelle del cielo» (postcommunio della Messa del Sacro Cuore). [7] «Voi che siete l’autore stesso di ogni pietà» (colletta della XXII domenica dopo Pentecoste). [Dom Gérard Calvet O.S.B. (1927-2008), La santa liturgia, trad. it., Nova Millennium Romae, Roma 2011, pp. 59-70]

L’attrattiva teologica della Messa Tridentina

Altare

Card. Alfons M. Stickler

Testo della Conferenza tenuta a New York (U.S.A.)
Maggio 1995

La Messa Tridentina indica il rito della Messa stabilito dal Papa Pio V su richiesta del Concilio di Trento e promulgato il 5 dicembre 1570. Questo messale presenta l’antico rito romano, nel quale sono state soppresse aggiunte e alterazioni diverse. Al momento della promulgazione, sono stati conservati i riti esistenti da almeno duecento anni. E’ dunque più corretto chiamare questo messale la liturgia di Papa Pio V.

Fede e liturgia.

Fin dalle origini della Chiesa la fede e la liturgia sono state intimamente legate. Il Concilio di
Trento stesso ne è una delle prove: dichiarò solennemente che il Sacrificio della Messa è al centro della liturgia cattolica, contrariamente all’eresia di Martin Lutero che negava che la Messa fosse un sacrificio.
La storia dello sviluppo della fede ci insegna che questa dottrina è stata stabilita con autorità dal Magistero, attraverso l’insegnamento dei Papi e dei Concili. Sappiamo ugualmente che in tutta la Chiesa, e particolarmente in seno alle Chiese orientali, la fede era il più importante fattore di sviluppo e di formazione della liturgia, soprattutto per la Messa. Noi troviamo nei primi secoli della Chiesa argomenti convincenti su questo tema. Papa Celestino I scriveva ai Vescovi della Gallia nel 422: Legem credendi, lex statuit supplicandi – la legge della preghiera stabilisce la legge della fede. Questa idea è stata ulteriormente ripresa con l’espressione lex orandi, lex credendi (quale il pregare, tale il credere).
Le Chiese ortodosse hanno conservato la fede grazie alla liturgia. Il Papa, nella sua ultima
lettera scritta in occasione del Centenario della lettera del Papa Leone XIII sulle tradizioni delle Chiese orientali, sottolinea l’importanza di questa tesi, perchè ha scritto che la Chiesa latina ha qualcosa da imparare dalle Chiese orientali, soprattutto in materia liturgica.

Le dichiarazioni conciliari.

Si trascura non di rado la differenza tra due tipi di dichiarazioni e decisioni conciliari: ciò che riguarda la dottrina e ciò che riguarda invece la disciplina. La maggior parte dei Concili hanno emesso dichiarazioni e decisioni allo stesso tempo sia dottrinali che disciplinari. Altri però solo o dottrinali o disciplinari. Molti Concili orientali, dopo quello di Nicea, trattarono solamente problemi di fede. Il secondo Trullano (a. 691) fu un Concilio interamente orientale ed un Concilio che emanò solamente decisioni di ordine disciplinare, perchè queste erano state trascurate nelle Chiede d’Oriente all’epoca dei Concili precedenti. Questo Concilio mise a fuoco i problemi di disciplina nelle Chiese orientali, soprattutto in quella di Costantinopoli. Queste note sono importanti perchè troviamo esplicitamente nel Concilio di Trento le due disposizioni, capitoli e canoni che trattano prima esclusivamente problemi di fede e dopo, quasi in tutte le Sessioni, esclusivamente argomenti di ordine disciplinare. Questa distinzione è importante: tutti i canoni teologici affermano che chiunque si oppone alle decisioni del Concilio è scomunicato: anathema sit. Mentre il Concilio non commina mai anatemi per opposizioni contro disposizioni puramente disciplinari.

L’insegnamento del Concilio di Trento sulla Messa.

Questo ci aiuta nel proseguire compiutamente nelle nostre riflessioni. Ho già fatto notare il
nesso tra fede e preghiera, la liturgia cioè; ma in modo particolare ciò vale per il rapporto tra fede e la più alta espressione liturgica, il culto pubblico cioè della S. Messa.

Una espressione classica di questo legame l’abbiamo nella trattazione che questo Concilio ha dedicato all’Eucarestia in tre Sessioni: nella tredicesima dell’ottobre 1551, nella ventesima del luglio 1562, che trattò del Sacramento dell’Eucarestia, e soprattutto nella ventiduesima del settembre 1562, che stabilì i capitoli ed i canoni dogmatici concernenti il Santo Sacrificio della Messa. A questo si aggiunge uno specifico decreto su ciò che deve essere osservato ed evitato nella celebrazione della Messa. E’ una dichiarazione ufficiale e classica centrale che esprime il pensiero della Chiesa su questa materia.

Il decreto studia prima di tutto la natura della Messa. Martin Lutero rinnegò apertamente e chiaramente questa natura, dichiarando che la Messa non è un sacrificio. Occorre notare che i Riformatori, per non turbare i fedeli semplici, non eliminarono subito tutte quelle parti della Messa che esprimono la fede vera in contrasto con le loro nuove dottrine. Essi conservano, per esempio, l’elevazione dell’Ostia tra il Sanctus e il Benedictus.
Per Lutero e i suoi seguaci, il culto consisteva principalmente nella predicazione destinata ad istruire e ad edificare, interrotta da preghiere e da inni. Ricevere la Comunione era solo cosa secondaria. Ciononostante Lutero sosteneva ancora la Presenza di Cristo nel pane al momento della Comunione, ma negava fortemente il Sacrificio della Messa. Per lui l’altare non poteva perciò mai essere il luogo del Sacrificio. Da questa negazione della vera natura della Messa possiamo meglio comprendere la rottura che si ebbe nella liturgia protestante, liturgia completamente diversa da quella della Chiesa Cattolica. Noi comprendiamo ugualmente meglio la ragione per la quale il Concilio di Trento ha definito la fede cattolica in ciò che concerne la natura del Sacrificio eucaristico: questo Sacrificio è una vera forza per la nostra salvezza. Nel Sacrificio di Gesù Cristo, il Sacerdote sostituisce Cristo stesso. Con l’ordinazione diventa un vero «alter Christus». Con la Consacrazione il pane è trasformato nel Corpo di Cristo ed il vino nel Suo Sangue. Questa rinnovazione del Suo Sacrificio è una adorazione di Dio.
Il Concilio specifica che questo Sacrificio non è un nuovo Sacrificio, indipendente dal Sacrificio unico della Croce: dipende piuttosto da questo Sacrificio unico di Cristo, rinnovato in modo incruento, rendendo tuttavia sostanzialmente presenti il Corpo ed il Sangue di Cristo, che rimangono però sotto le apparenze di pane e di vino. Non esiste, di conseguenza, un nuovo valore del Sacrificio: ma Gesù Cristo produce e riattualizza piuttosto costantemente nella Messa il frutto infinito del Sacrificio cruento della Croce. Ne deriva che l’atto del Sacrificio si compie al momento della Consacrazione. L’Offertorio (con il quale il pane ed il vino sono preparati in vista della Consacrazione) e la Comunione sono parti integranti della Messa. Ma la parte essenziale è la Consacrazione con la quale il sacerdote, nella persona di Cristo, e nello stesso modo, pronuncia le parole della Consacrazione usate da Cristo.
Da ciò si comprende che la Messa non è e non può essere una semplice celebrazione di
comunione, o un semplice ricordo o memoriale del Sacrificio della Croce, ma la
riattualizzazione reale incruenta del Sacrificio della Croce.
Perciò la Messa quale vero rinnovamento del Sacrificio della Croce è sempre essenzialmente una adorazione di Dio, offerta solo per lui. Questa adorazione dà immediatamente luogo ad altri atti collegati, quali sono: la lode, l’azione di grazie per tutte le grazie ricevute, il dolore dei nostri peccati, la domanda di grazie indispensabili. La Messa può certamente essere offerta per una o per tutte queste intenzioni diverse. I capitoli ed i canoni della ventiduesima sessione del Concilio di Trento hanno disposto e promulgato insieme queste nozioni dottrinali.

Gli anatemi del Concilio di Trento.

Questa natura fondamentalmente teologica della Messa ha molteplici conseguenze. La prima riguarda il Canone della Messa. La liturgia romana ha sempre previsto un solo Canone introdotto ed usato dalla Chiesa molti secoli fa. Il Concilio di Trento afferma espressamente, al capitolo IV, che questo Canone non può contenere alcun errore; in realtà contiene ciò che è pieno di santità e di pietà, e ciò che eleva le anime a Dio. La composizione di questo Canone è basata sulle parole stesse di Gesù, sulla tradizione degli Apostoli e sulle prescrizioni dei santi Papi. Il canone 6 al capitolo IV commina la scomunica a coloro che sostengono che il Canone della Messa contiene errori e deve, di conseguenza, essere abolito. Al capitolo V, il Concilio afferma che la natura umana necessita di segni esteriori che servano ad elevare lo spirito verso le cose divine. Per questa ragione la Chiesa ha introdotto alcuni riti e segni: la preghiera silenziosa o vocale, le benedizioni, i ceri, l’incenso, i paramenti sacri ecc. La maggior parte di questi segni traggono la loro origine dai precetti o tradizioni apostoliche. Grazie a questi segni visibili di fede e di pietà viene sottolineata la natura sublime del Sacrificio. Tali segni fortificano ed incoraggiano i fedeli nella loro meditazione sugli elementi divini contenuti nel Sacrificio della Messa. Per salvaguardare questa dottrina, il canone 7 commina la scomunica a coloro che ritengono che questi segni conducano all’empietà e non alla pietà. Questo è un esempio per ciò che ho detto sopra: questo genere di dichiarazione, ed il canone che la sanziona, comportano un senso eminentemente teologico e non semplicemente disciplinare. Al capitolo VI il Concilio mette in evidenza il desiderio della Chiesa di vedere che tutti i fedeli presenti alla Messa ricevano la Santa Comunione; dichiara però che nel caso in cui il sacerdote che celebra la Messa sia il solo a comunicarsi, questa Messa non deve esser chiamata privata, nè essere criticata o vietata per questo. Perchè in tal caso i fedeli ricevono la Comunione spiritualmente e, d’altronde, tutti i sacrifici offerti dal sacerdote in veste di ministro ufficiale della Chiesa, sono offerti a nome di tutti i membri del Corpo Mistico di Cristo. Il canone 8 commina dunque della scomunica a tutti coloro che dicono che tali Messe sono illecite e che esse devono di conseguenza essere vietate. Ciò costituisce una nuova dichiarazione di ordine teologico.
Il capitolo VIII è dedicato alla lingua particolare da usare nel culto della Messa. Sappiamo che tutte le religioni si servono di una lingua sacra per il loro culto. Durante i primi tre secoli la Chiesa Cattolica Romana si servì del Greco che era la lingua comune nel mondo latino. Dal quarto secolo il Latino divenne la lingua comune in tutto l’Impero Romano e lo restò per secoli nella Chiesa Cattolica Romana quale unica lingua di culto. E naturalmente il Latino divenne anche la lingua utilizzata nel rito Romano particolarmente nel suo centro, la Messa. Questa situazione si mantenne anche quando il Latino fu rimpiazzato, in quanto lingua vivente, dalle lingue viventi Romanze.

Il Concilio di Trento: Il Latino e il silenzio

Domandiamoci ora perchè non c’è più stato un nuovo cambiamento. La risposta è che la Divina Provvidenza interviene anche per cose di second’ordine. Per esempio: la Palestina con il centro di Gerusalemme è il luogo dove Gesù Cristo ha operato la Redenzione. Ma Roma è divenuta il centro della Chiesa Cattolica. Pietro non è nato a Roma ma è venuto a Roma perchè era il centro dell’Impero Romano che voleva dire allora del mondo. Ciò ha permesso di propagare la fede in tutto il mondo allora conosciuto da un centro riconosciuto con tutte le possibilità inerenti allora. Fu un elemento umano e storico nel quale certamente intervenne la Divina Provvidenza.
Lo stesso fenomeno linguistico si trova anche in altre religioni. Per i Musulmani la vecchia
lingua Araba è morta e pertanto resta la lingua liturgica, la lingua del culto religioso. Per gli
Indù è il Sanscrito. A causa di questo necessario legame con il soprannaturale tutti i culti richiedono del tutto naturalmente una lingua propria religiosa che non può essere una lingua «volgare».
I padri del Concilio sapevano perfettamente che la maggior parte dei fedeli che allora assistevano alla Messa non sapevano il Latino e neppure potevano leggere la traduzione essendo generalmente analfabeti ed illetterati. Ma sapevano anche che la Messa contiene molte parti di istruzioni per i fedeli. Tuttavia essi non approvarono la opinione dei Protestanti che fosse indispensabile celebrare la Messa solo in vernacolo. Al fine di favorire l’istruzione dei fedeli, il Concilio ordinò di mantenere ovunque l’antica tradizione approvata dalla Santa Chiesa Romana, la quale è madre e maestra di tutte le chiese, di aver cura cioè di spiegare alle anime il mistero centrale della Messa.
Il canone 9 commina perciò la scomunica a coloro che affermano che la lingua della Messa deve essere solo il vernacolo. E’ il caso di evidenziare che, sia nel capitolo che nel canone, il Concilio di Trento ha rifiutato l’esclusività della lingua «volgare» nei riti sacri ma non un uso limitato ed eccezionale. Anche in questo caso dobbiamo di nuovo considerare il fatto che il carattere di tutti questi regolamenti conciliari non è unicamente disciplinare, ma è fondato su considerazioni dottrinali e teologiche che coinvolgono la stessa fede.
Una delle ragioni di tutto ciò è anzitutto la venerazione dovuta al mistero della Messa. Il decreto che segue questo capitolo e questo canone e che riguarda ciò che deve essere
osservato ed evitato durante la celebrazione della Messa, dichiara che «l’assenza di venerazione non può essere considerata come separata dall’empietà». L’irriverenza sottende sempre l’empietà. In più, il Concilio ha voluto salvaguardare le idee espresse nella Messa; e la precisione del Latino preserva il contenuto da una interpretazione equivoca e da eventuali errori dovuti ad una imprecisione linguistica.
Per queste ragioni la Chiesa ha sempre difeso la lingua sacra e, più vicino a noi, il Papa Pio XI ha espressamente dichiarato che la lingua impiegata doveva essere «non vulgaris». Per queste stesse ragioni il canone 9 comminò la scomunica a coloro che affermano che il rito della Chiesa Romana, nel quale una parte del Canone e le parole della Consacrazione sono pronunciate silenziosamente, deve essere condannato. Anche il silenzio ha un fondamento teologico.Per concludere, noi troviamo nel primo canone del decreto di riforma, alla ventiduesima sessione del Concilio, altre regolamentazioni che hanno un aspetto disciplinare, ma che completano ugualmente la parte dottrinale: niente è più adatto a portare i fedeli ad una comprensione approfondita del mistero che la vita e l’esempio dei ministri di culto. Questi ultimi devono modellare la loro vita ed il loro comportamento in vista di questo fine; ciò deve sgorgare dal loro vestito, da tutto il loro contegno e dai loro discorsi. In tutto ciò essi devono essere degni, modesti e religiosi. Essi sono ugualmente tenuti ad evitare anche i più piccoli errori, poichè, nel loro caso, un piccolo errore diviene grave. Questa è la ragione per cui i superiori devono esigere dai ministri sacri che vivano secondo l’uso propriamente clericale trasmesso dall’insieme della tradizione.

La Messa di San Pio V e la Messa di Paolo VI.

Adesso ci è più facile valutare e comprendere il fondamento teologico delle discussioni e delle regole del Concilio di Trento in ciò che concerne la Messa, considerata come l’apice della liturgia sacra. Possiamo ora meglio comprendere il fascino teologico della Messa Tridentina quale risposta alla seria sfida del Protestantesimo, non soltanto per quell’epoca storica, ma anche come modello per la Chiesa e la riforma liturgica del Vaticano II.
In primo luogo dobbiamo determinare il vero senso di questa riforma. Proprio per la Messa
Tridentina ci siamo domandati che cosa ha fatto il Papa Pio V per rispondere ai desideri dei padri del Concilio di Trento per poter comprendere quale è la retta denominazione della riforma uscita, come si dice, dal Concilio Vaticano II. Dobbiamo dire che è «la Messa della commissione liturgica postconciliare». E un semplice sguardo alla costituzione del Vaticano II sulla liturgia ci dice che la volontà del Concilio e la volontà della commissione che ha fatto la riforma spesso non solo non coincidono, ma si oppongono in maniera evidente.
Passiamo brevemente in rassegna le principali differenze tra le due riforme, in modo da stabilire il rispettivo valore attrattivo – teologico.
In primo luogo la Messa di Pio V, nel contesto della eresia Protestante, pose l’accento sulla verità centrale secondo la quale la Messa è un Sacrificio. Ciò risulta dalle discussioni teologiche e dalle prescrizioni specifiche del Concilio di Trento. La Messa di Paolo VI (così chiamata perchè la commissione liturgica incaricata della riforma dopo il Vaticano II ha lavorato sotto la responsabilità definitiva del Papa) mette più che altro in luce la parte integrante della Messa quale è la Comunione, con il risultato che il Sacrificio viene trasformato in ciò che si può chiamare un pasto: «la Cena del Signore». Lo spazio importante accordato poi alle letture e alla predicazione nella nuova Messa, e la stessa possibilità data al sacerdote di aggiungere discorsi e spiegazioni personali, è una riflessione in più su ciò che è legittimo chiamare un adattamento all’idea Protestante del culto.
Il filosofo francese Jean Guitton dice che il Papa Paolo VI gli confidò che era nelle sue intenzioni di assimilare il più possibile la nuova liturgia cattolica al culto Protestante. Evidentemente si deve verificare il reale senso di questa affermazione, perchè tutto l’insegnamento di Paolo VI dette prova della sua assoluta ortodossia, come, in particolare, la sua eccellente enciclica, Mysterium Fidei, pubblicata prima della chiusura del Concilio così come il «Credo del Popolo di Dio». Allora ci si deve domandare come spiegare questa dichiarazione contraria?
Continuando questo nostro discorso possiamo cercare di comprendere la nuova posizione dell’altare e del sacerdote. Secondo gli studi ben fondati di Mons. Klaus Gamber sulla posizione dell’altare nelle antiche basiliche romane e altrove, il criterio dell’antica posizione non era che l’altare dovesse essere rivolto verso l’assemblea dei fedeli, ma che piuttosto dovesse essere girato verso l’Oriente, simbolo del sole nascente che rappresenta Cristo, colui che si doveva adorare. La posizione tutta nuova dell’altare, così come la posizione del sacerdote verso il popolo, vietate una volta, divengono oggi segno di una Messa concepita come riunione della comunità. In secondo luogo nell’antica liturgia il Canone è il centro della Messa, intesa come un Sacrificio. Secondo la testimonianza del Concilio di Trento il Canone stesso risale alla tradizione degli apostoli ed è stato sostanzialmente già completo ai tempi di Gregorio Magno, ca. l’anno 600. La Chiesa Romana non aveva mai avuto altri Canoni. Il passo stesso del «mysterium fidei» nella formula della Consacrazione è un’antica tradizione che Innocenzo III testimonia esplicitamente in una risposta data all’Arcivescovo di Lione. Anche San Tommaso d’Aquino dedica un articolo della sua Somma Teologica alla stessa giustificazione del «mysterium fidei». Ed il Concilio di Firenze confermò esplicitamente il «mysterium fidei» nella formula della Consacrazione.
Ci si può dunque giustamente domandare con quale ragione e diritto ai nostri giorni il «mysterium fidei» è stato eliminato dalle parole della Consacrazione che è il centro più sacro di tutta la Messa? Parimenti è stato accordato il permesso di usare altri Canoni. Il secondo, che non menziona il carattere sacrificale della Messa, ha senza dubbio il merito di essere il più corto, ma ha, di fatto, soppiantato del tutto l’antico Canone Romano. E così abbiamo perduto il profondo senso teologico ed insieme la certezza garantita dalla tradizione e da un Concilio Ecumenico Dogmatico.
Il mistero del Sacrificio divino è attualizzato in tutti i Riti, anche se in modi differenti. Nel caso del Rito Latino esso fu sottolineato dal Concilio di Trento con la lettura silenziosa del Canone. Cosa che è stata abbandonata nella nuova Messa con la dizione del Canone ad alta voce.
In terzo luogo la riforma che seguì il Vaticano II ha distrutto o cambiato la ricchezza del simbolismo liturgico mentre questi simboli con il loro profondo senso sono stati conservati gelosamente in tutti i Riti orientali. Il Concilio di Trento aveva sottolineato l’importanza di questo simbolismo. Questo fatto è stato, del resto, deplorato pure da un celebre psicanalista ateo che ha definito il Concilio Vaticano II il «Concilio dei contabili»!

La Messa in volgare.

La riforma liturgica ha totalmente distrutto un principio teologico che, pure, era stato affermato sia dal Concilio di Trento come dallo stesso Vaticano II dopo una lunga e approfondita discussione, alla quale io assistevo per cui posso affermare che la chiara risoluzione maturata in una tale discussione è stata chiaramente e sostanzialmente riaffermata nel testo votato dall’Assemblea e che fa parte della Costituzione liturgica. Questo principio è che la lingua Latina deve essere conservata nel rito Latino. Esattamente come lo permetteva il Concilio di Trento, la lingua vernacola è stato ammessa limitatamente dai padri conciliari anche del Vaticano II solo come una eccezione.
Nella riforma di Paolo VI è diventata una esclusività che ha inoltre praticamente soppiantato la lingua latina anche come eccezione. Le ragioni teologiche del mantenimento del Latino per la Messa, stabilite dai due Concili, appaiono ben giustificate alla luce delle conseguenze dell’usoesclusivo del vernacolo introdotto dalla riforma liturgica postconciliare. La Messa stessa è stata spesso volgarizzata dall’uso del vernacolo e anche gravi errori dottrinali o malintesi sono il risultato della traduzione del testo originale latino.
In più, il vernacolo non fu permesso prima non solo nemmeno a persone che erano illetterate, ma anche a quelle che erano del tutto estranee le une alle altre. Ai nostri giorni le differenti lingue e anche dialetti dei Cattolici di tribù o nazioni diverse possono essere utilizzati per il culto, mentre viviamo in un mondo che diviene di giorno in giorno sempre più piccolo: questa Babele nel culto pubblico ha per risultato la perdita dell’unità esterna in seno alla Chiesa Cattolica diffusa nel mondo intero che una volta era unita in una voce comune; proprio ora che si mette l’accento sulla vita comunitaria anche nel culto, si è abbandonata questa voce comune.
In più: questa situazione è divenuta molte volte la causa di disunione interna in seno alla Messa, la quale doveva essere il centro ed anche l’espressione della concordia interna ed esterna dei Cattolici di tutto il mondo. Abbiamo molti esempi di questo fatto di disunione dovuta all’uso della lingua volgare.
Aggiungiamo un’altra considerazione di ordine assai pratico: una volta qualunque sacerdote poteva dire la Messa in tutto il mondo per tutte le comunità di qualunque lingua vernacola e tutti i sacerdoti comprendevano il Latino. Sfortunatamente ai nostri giorni nessun sacerdote può dire la Messa dappertutto. Dobbiamo ammettere che in qualche decennio, dopo la riforma della lingua liturgica, noi abbiamo perduto questa possibilità di poter pregare e cantare insieme, anche nelle grandi assemblee comunitarie internazionali come nei Congressi Eucaristici e perfino negli incontri con il Papa che è il centro e l’espressione di questa nostra unità interna ed esterna.
Finalmente dobbiamo considerare alla luce del Concilio di Trento con preoccupazione il comportamento di non pochi ministri sacri: questo Concilio ha sottolineato lo stretto rapporto che esiste tra il loro comportamento ed il loro sacro ministero. Il corretto comportamento clericale nel vestito, contegno ed atteggiamento incoraggia la gente ad accettare ciò che dicono ed insegnano i loro pastori. Sfortunatamente, il comportamento meno esemplare di numerosi sacerdoti fa oggi spesso dimenticare la differenza ontologica tra il ministro sacro ed il laico ed accentua una deplorevole disuguaglianza tra il sacro ministro e la sua natura di «alter Christus».

Riassumendo le nostre riflessioni possiamo dire che l’attrattiva teologica della Messa Tridentina fa riscontro alle deficienze teologiche della Messa uscita dal Vaticano II. Per questa ragione i «Christi Fideles della tradizione teologica devono continuare a manifestare in uno spirito di obbedienza ai Superiori legittimi il loro giusto desiderio e la loro preferenza pastorale per la Messa Tridentina.

Alfons Maria Card. Stickler